7 July 2015

Jazzit Fest 2015.

(English version of this: Click HERE)
Ormai quasi dieci anni fa, per solo pochi mesi, ho abitato a Collescipoli.

Di quel poco tempo ho ricordi nebbiosi di salite interminabili, parcheggi impossibili ed una vista mozzafiato sulla conca ternana. Un piccolo ristorante ricavato in una grotta, un minuscolo bar con un paio di tavolini all'aperto. Le vie strette e diritte di un piccolissimo borgo medievale ancora rinchiuso nelle sue alte ed intatte mura di cinta. Una pianta di uva fragola appena fuori la mia finestra, gatti randagi e pigri, impavidi, il tempo che scorreva lento. È di quel periodo quella catena di eventi e coincidenze fortuite in virtù dei quali sono entrata di soppiatto nel mondo creato dai fratelli Vanni, sentendomi d'improvviso a casa.

Collescipoli è, come accennato sopra, un paese piccolo e tranquillo, dove il tempo sembra quasi essersi fermato a qualche decina di anni fa, quando la rivoluzione tecnologica ancora non era entrata nel suo periodo d'oro. Le signore siedono sulle loro sedie di legno davanti alla porta di casa, qualcuna si affaccia alla finestra o al balcone per guardare con curiosità il carosello pazzo degli ospiti e degli artisti. I bambini si rincorrono per la strada, che tanto le - rarissime - automobili vanno piano. La magia delle notti d'estate fa il resto. L'odore del barbecue, il vociare e le risate della gente, l'eco della musica che arriva da ogni vicolo o stradina, l'aria finalmente fresca della sera che gentile entra sibilando dalle porte aperte nelle mura. Innegabile che le quinte di questo festival abbiano un fascino tutto loro, e che le melodie lo amplifichino enormemente fino a costruire un'atmosfera irripetibile.

La vista sulla città di Terni. 

Ogni pomeriggio, al nostro arrivo le bandiere poste ai lati all'ingresso principale del paese, quello rivolto verso ovest, ci davano il benvenuto, sventolando in sincrono col vento tiepido, che a Collescipoli è cittadino onorario. Una volta oltrepassata la porta ci si trova come in una grande stanza, che le mura del paese hanno contemporaneamente la funzione di fare ombra e di tenere al sicuro gli abitanti. A partire da qui la strada che attraversa per lungo il paese è tutta in salita, una salita ripida e diritta, come se una lama lo avesse tagliato in due. Ai due lati di questa strada sono piccoli negozi, una taverna con pochi tavoli all'aperto ed un gruppo di sedie di legno e paglia intrecciata sulle quali siedono, chiacchierando ad alta voce e seguendo gli ospiti con lo sguardo, un gruppetto di donne che probabilmente avrebbero avuto le loro sedie in strada anche senza la scusa del festival. Il marciapiede a Collescipoli non esiste. In realtà non ce n'è affatto bisogno, sono ancora le persone ad avere la precedenza, e non le vetture. Con un buon paio di scarpe ai piedi, il programma in mano ed una bottiglietta d'acqua sempre in borsa camminiamo avanti ed indietro, e soprattutto su e giù per il paese, seguendo solo il suono degli strumenti.

La chiesa di Santa Maria Maggiore.
Il palco davanti alla chiesa di Santa Maria Maggiore è il primo davanti al quale facciamo una pausa, dopo aver percorso quasi per intero la salita ed esserci fermati volgendo appena lo sguardo verso destra e scorgendo così una piccola folla che con tranquillità si sta dirigendo verso la chiesa. Questo angolo di paese è senza dubbio uno dei miei preferiti, grazie alla suggestiva illuminazione ed alla selezione di band, a mio avviso un po' fuori dall'ordinario, ma mai troppo lontane da un sound piacevole e pienamente godibile. Diverse volte nel corso del festival ci siamo seduti davanti al baretto lì accanto, con qualcosa di fresco nel bicchiere e gli occhi puntati allo show. Una delle band che ci fermiamo ad ascoltare è un quintetto dove l'uomo al microfono, con la sua voce morbida e flessibile segue ed accompagna abilmente l'andamento degli strumenti, mentre questi creano un atmosfera rilassata e calda, seppur ritmata. Ci sono anche degli alberi, nella piazzetta, che offrono un po' d'ombra a chi si siede sui gradini davanti al sagrato della chiesa, o sulle soglie delle abitazioni tutt'intorno. A due passi dalla piazzetta, continuando sulla sinistra per un vicolo ricurvo, arriviamo in una minuscola piazza dalla forma di anfiteatro, dove accanto alla fontanella si trova un palco grande appena per far posto ai musicisti. Il trio, che sta già suonando quando arriviamo, è molto più vivace dell'altra band, la batteria si fa sentire con decisione ed il basso va a costruire un tappeto ricco di personalità, mentre le mani del pianista guidano l'andamento della melodia in maniera sicura. Il poco pubblico è entusiasta, e va progressivamente ingrossandosi in quanto chiunque si trovi a passare di lì, anche per sbaglio, non può fare a meno di essere travolto dai ritmi andanti e rapidi, in molti si siedono sui gradini delle abitazioni poste a semicerchio intorno al palco e vedo che anche i locali sono divertiti dalla performance, affacciati alle finestre o poggiati sulle ringhiere dei piccoli balconi. Mi accorgo adesso improvvisamente di quanto i collescipolani abbiano preso sul serio la kermesse, ed abbiano decorato ogni angolo di paese con vasi ricolmi di fiori, appesi a ganci improvvisati, poggiati sul davanzale di una finestra oppure in un grosso vaso davanti la porta di casa. È importante mostrare a quella piccola parte di mondo che si ritrova qui in questi tre giorni che Collescipoli non è solo un piccolo borgo rimasto alla metà dei '60, ma un luogo magico, dove le persone sorridono e si impegnano affinché gli ospiti si sentano accolti con calore.

La band a Piazza della Rocca.
Mentre ci avviamo verso la terza location torniamo a passare davanti alla chiesa, dove un altro concerto sta iniziando. Le atmosfere sono più cupe questa volta, la musica si snoda veloce su scale aspre e la sola luce blu che illumina la band finisce per acuire quel sentimento ansioso che si genera in me, come se stessi assistendo ad una scena concitata di un thriller. Il desiderio di Luciano Vanni (mi confiderà lui stesso in quelle poche parole che ci scambieremo un paio di giorni dopo davanti ad un caffè) quando mette insieme le band che si esibiranno, è quello di riunire in un solo luogo le atmosfere più disparate, generi anche lontani gli uni dagli altri, per dar voce alla creatività in ogni sua forma, senza badare al fatto che ogni genere, ogni melodia non necessariamente incontrerà il favore di tutti, proprio perché gli ospiti del festival sono variegati, mancando il filtro del biglietto da pagare (non l'avevo detto? I concerti sono tutti gratuiti), e quindi chiunque, dal paesano che non ha mai visto altro che la sagra dello gnocchetto alla famiglia con i bambini, ed ancora all'esperto di jazz possono trarre piacere da uno show anziché da un altro, e questo è imprevedibile. Quello che conta qui, non sono i gusti di ognuno, ma la qualità del prodotto che si presenta dal palco nel corso del tempo a disposizione, e che è sempre stata eccellente, almeno a giudicare dai concerti ai quali ho assistito.

Verso la fine della serata entriamo nel chiostro di quello che una volta era un monastero, dove si trova  il palco principale del festival. Lo sguardo corre veloce sotto i portici illuminati di rosa, come a voler vivere quegli spazi una volta silenziosi e percorsi solo da suore nelle loro passeggiate meditative. Una band suona una quasi-cacofonia che richiama vagamente il sapore torrido e rilassato di un pomeriggio pigro d'estate, edificata su uno stabile xilofono che va a tessere la struttura sulla quale scivola la melodia. Ipnotica e coinvolgente, la band ha raccolto davanti a sé un nutrito pubblico, che siede divertito, anche per terra, e non ha intenzione di andarsene nonostante si stia avvicinando la mezzanotte. Noi invece andiamo via appena terminata la musica. Stanchi per il caldo e la lunga giornata ci avviamo giù per quella che quando siamo arrivati era una salita, ma che adesso scende ripida verso la porta di ingresso del paese, che ancora pullula di gente e bambini che con voci squillanti hanno ancora voglia di rincorrersi, trovando l'energia nell'atmosfera di festa che si respira.

Poco dopo aver superato la metà della discesa, ci accorgiamo che da una porticina aperta sulla parete di un edificio sulla destra giunge una melodia sussurrata, ovattata dalle mura spesse, e gettando lo sguardo all'interno, una volta superata la sorpresa, ed una volta che l'occhio si sia abituato alla penombra dell'ambiente, totalmente privo di finestre, vediamo che in molti sono già seduti sulle panche disposte in file parallele, e con attenzione seguono l'esecuzione impeccabile. Ci affrettiamo a trovare un posto, e ci rendiamo così conto di essere in una piccola chiesa. Le decorazioni alle pareti non lasciano adito ad alcun dubbio, e al posto dell'altare c'è un pianoforte a coda. Una donna lo sta suonando piano, i lunghi riccioli rossi riflettono la luce di un riflettore alle sue spalle, ed io non riesco a vederne il volto, in controluce. In fondo però non importa, è la musica che conta adesso. Dall'altra parte del piccolo palco è un uomo al contrabbasso.

Stringendosi nella chiesa dell'Addolorata.
Quando fanno una pausa, tra un brano ed il seguente, ci dice che per loro è la prima volta insieme dal vivo, ma la sintonia tra loro si sente vibrare. Rimaniamo per tutto il resto del concerto, breve ed intenso, la chiesetta è gremita, ed il pubblico se ne sta in silenzio, appeso ad ogni nota. Anche se l'aria è pesante da respirare, l'ambiente chiuso e ci stiamo stringendo per non disturbare chi ci siede accanto, il contrasto tra le decorazioni eccessive della chiesa e la sobrietà della musica cattura la mia mente, e mi porta in un volo leggero, interrotto soltanto dal silenzio che d'improvviso esplode alla fine del concerto.

Se nel corso della prima giornata ci dimentichiamo completamente di mangiare qualcosa, la seconda sera ci concediamo una cena con degustazione di vini al roof bistrot, situato sulla terrazza del monastero. La musica dell'orchestra che sta suonando nel chiostro di sotto ci arriva come a fare da sottofondo al pasto, un menù costruito su misura per gli ospiti del festival, con ingredienti prelibati, tutti coltivati in modo naturale a pochi chilometri di distanza. Lo spesso davanzale della terrazza dà direttamente sul chiostro ed ognuno come in una fila invisibile aspetta il suo turno per sporgersi e guardare di sotto, verso il palco colorato di rosa ed il pubblico assorto, dalle facce rosa anch'esse.

Il mio sguardo però, mentre mastico in silenzio assaporando gli aromi ed i sapori, vaga di continuo verso il cielo stellato sopra di noi. Rifletto molto su quanto sia sorprendente che in così tanti abbiano deciso di dare il loro contributo volontario a questo evento dal raggio d'azione così ridotto, che l'intera popolazione del paese si sia tirata su le maniche per garantire agli ospiti un'esperienza indimenticabile e quasi magica. Bambini fieri del loro pass si danno infatti da fare per risolvere tutti i dubbi e rispondere alle domande più disparate dei visitatori, ragazzini alla soglia dell'adolescenza vanno in giro per le strade ad attirare l'attenzione di un pubblico distratto verso una specie di cripta, dove una band molto speciale si sta esibendo, combinando il suono ubriaco di un didgeridoo ai suoni contemporanei della chitarra elettrica. Associazioni e privati hanno offerto gratuitamente cibo, acqua, tovagliette e posate usa e getta. In tanti si sono prodigati, senza ricevere in cambio altro che gratitudine, e questo assomiglia davvero ad una bella, piccola favola tutta italiana, quasi magica.

Ma non è finita qua. Il festival ha molto altro da offrire nel corso di questi tre giorni. Come il picnic musicale, ad esempio. Metti che ti svegli una domenica mattina, il sole è già sopra l'orizzonte e la temperatura sta salendo in fretta. Allora ti metti in macchina e vai a cercare un luogo fresco, come una fattoria che se ne stia un po' in alto, sulle colline umbre tutte verdi tra Terni e Narni, dove non arrivi neanche il suono del traffico, e dove l'occhio possa adagiarsi sul verde e riposare. Qualcuno ha già disteso delle tovaglie sull'erba, all'ombra di grossi alberi, ha preparato dei panini e una crostata di marmellata. C'è un clown che intrattiene i bambini con giochi di prestigio, sua moglie fa degli animali annodando palloncini. All'ombra del gazebo una band sta già suonando, e non ti resta altro che scegliere dove sederti, respirare profondamente e chiudere gli occhi, godendoti l'attimo fino alla fine, che non c'è fretta, i concerti non inizieranno che prima delle sei di pomeriggio, quindi puoi prendertela con comodo.

Dall'interno del chiostro del vecchio monastero.
L'ultimo pomeriggio del festival ha fin da subito il profumo della malinconia che contraddistingue gli addii. Prima che i concerti abbiano inizio ci si ritrova nella chiesa di Santa Maria Maggiore per una messa dedicata a due uomini molto amati. Il trombettista Marco Tamburini ed il fotografo Sergio Coppi. In molti si sono dati appuntamento nella chiesa afosa mentre il prete parla concitato del dolore di perdere qualcuno, del vuoto che rimane dentro. Quando usciamo ci fermiamo un po' al solito baretto, e mentre prendiamo una birra fresca di frigorifero la signora dietro al bancone ci racconta del matrimonio che c'è stato nella chiesa quella stessa mattina, bello eh, un po' caotico, e poi gli sposi non avevano i bicchieri per brindare, e allora la signora glieli ha prestati, e quelli li hanno rotti e non hanno nemmeno chiesto scusa, se non sono solo andati senza neanche ringraziare, che modi. Per questo mi versa la birra in due bicchieri di plastica, che non si sa mai. Dopo aver ripreso fiato decidiamo di fare due passi per gli stands disseminati per il paese, oggettini fatti a mano, libri pubblicati da una piccola casa editrice indie, merchandising del festival, LP nuovi e usati, strumenti musicali, un uomo che ha allestito un presepe enorme nell'androne del palazzo, ci invita dentro per mostrarcelo, ci offre pasticcini e ci racconta del suo orticello pensile, mostrandoci le sue piantine officinali nei bei vasi di terracotta, che adesso li ha tirati dentro per mostrarli al pubblico, per ispirare altri a fare lo stesso, ma da domani torna tutto sul balcone, che alle piantine piace il sole. Nel primo piano del chiostro troviamo i rullanti artigianali fatti a mano da Pippo Maniaci, lucidi e perfetti, appresso poi delle chitarre elettriche colorate ed una mostra d'arte ispirata alla musica. Tornando in strada, e passeggiando verso la fontana del paese ci imbattiamo nello stand variopinto di Matera, che sarà capitale europea della cultura nel 2019, ci informa il vistoso portavoce: un uomo alto dai capelli lunghi e la barba di qualche giorno, cappello panama in testa, che va in giro per il paese cantando al microfono nel suo dialetto affascinante ma incomprensibile (e sì che mia madre parla napoletano con me, quindi ci si aspetterebbe che riuscissi a decifrare anche il materano), il quale non esita ad offrirci un po' del loro fantastico pane, del loro aspro olio di oliva, un bicchiere di vino e delle albicocche (che su in Norvegia sono praticamente introvabili), sorridendo e facendoci promettere di venire a trovarli tra qualche anno. Incontriamo anche una giovane big band itinerante, tutti vestiti di rosso e pieni di entusiasmo, che passeggiano e performano in giro per il paese, poi un gruppo di ballerini swing che occupano il suolo pubblico con le loro danze spensierate, coinvolgendo oltretutto non pochi dei passanti e che continueranno a ballare fino a notte fonda, fino a quando le gambe non ce la faranno più, e gli occhi si chiuderanno da soli. Poi ancora il gruppo della Poesia in Azione, che con sottofondo di musiche improvvisate mettono in scena nei vicoli del paese il concerto sensoriale, sfidando i passanti a dare la loro interpretazione della poesia, creando un'alchimia irreale tra parola e musica, tra concreto ed impalpabile.

E poi alla fine, come ogni volta viene la malinconia. Le ore scivolano via in fretta e quando ormai ci si avvicina alla fine di questo breve ma intenso sogno ad occhi aperti, rubiamo qualche decina di minuti per sederci fuori dalle mura, sullo spesso balcone del belvedere che ha da poco visto il sole tramontare. Il vento di Collescipoli soffia tiepido, gli uomini della croce rossa sono a pochi metri da noi, siedono anche loro, il festival è scivolato via senza intoppi, anche se loro in ogni caso erano pronti. Guardiamo di sotto, verso la vallata avvolta nel primo buio, il vento ci porta le note del Collettivo Casa Cava di Matera, l'uomo dalla barba non fatta ed i capelli lunghi sta cantando nel suo dialetto, sembra quasi mi auguri la buona notte, anche se in realtà io non vedo lui e neanche lui vede me. È il tempo dei saluti. Andiamo in giro stringendo mani ed abbracciando vecchie compagne di scuola incontrate per caso, respirando un'ultima volta l'aria fresca della sera collescipolana. Chiedendosi se davvero tutto questo sia stato realizzabile basandosi solo su volontariato e donazioni spontanee, senza il coinvolgimento di organizzazioni di stampo politico, senza promettere voti a nessuno. Senza sporcarsi le mani nel grosso pentolone della corruzione, ma solo rischiando, mentre si  insegue un sogno. Quello dei fratelli Vanni, che hanno ancora fiducia nelle persone, bontà loro.

Grazie di tutto!


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Jazzit Fest 2015 - ENG

(Per la versione italiana Clicca QUI)
Here I am, again.

More than ten years ago, and for just a few months, I lived here, in Collescipoli, this little village on the top af a hill, just outside my hometown, Terni. Collescipoli is a nice, small place, I believe it's inhabitate by around three hundred people, and during these days I came to understand how little I actually knew about it.



For the third time this summer this village has been filled up with jazz. That's quite unbelievable, but actually not so strange if you think about this: it's the result of the fulfilling of a wonderful dream.
Because, you know: people in Italy can still have a dream, and fight for it, even when everything seem so hard to achieve.



So this is the story of a pair of brothers, who have this dream and are surrounded by a bunch of people who want to believe that dreams can actually become reality, if you fight hard enough. Collescipoli is the place where everyone believed that they could help those few people, maybe just a little, so that that dream could have become a fantastic reality for everyone. And guess what? It did!

So welcome to Jazzit Fest, a three days of jazz, concerts, seminars, workshops and conferences. Everything spread around this little village, with no money coming in from any culture fond, or the local politicians, but entirely based on crowdfonding, and sharing of other goods. People from all around came in with food, drinks, water, rooms to lend and the most of the youngs in the village was helping around as volunteers. When I arrived there I asked for the festival office, and a little child armed by his "staff pass" showed me the way through the small streets, and he thougth that was extreme fun. Old women was just sitting around, and they loved to tell stories, just like when I asked the way to the Old Monastery, and one of them told me the way. "There were plans to have a University in there, you know Young woman", she said, "but they took it from us!" and she lifted her little, wrinkled fist in the air.

And there I was, thrown right in the middle of a Fellini movie.


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30 May 2015

Jazzit Fest 2015 - arrivo!

Estate, tempo di festival.

Come da tradizione, quando arriva l'estate, me ne vado in giro per festival.  La mia passione per la musica, e per l'atmosfera che si respira ai festival, va oltre l'amore per un unico genere musicale, ma si estende a tutto il carrozzone della festa, dal ronzio nelle orecchie degli ultimi minuti prima di prendere sonno la sera

Ne ho visti tanti, di festival, e diverse volte sono passata dietro alle quinte, rivestendo i ruoli più disparati. Ricordo la mia prima volta, curai la cartella stampa, preparai delle brochure, poi mi misi al volante e feci la runner per alcuni artisti, che a ripensare a quanto ero inesperta e sconsiderata mi viene da ridere. Il mio primo festival in Norvegia, dove, dato che ancora non sapevo una parola di norvegese, mi misero alla porta a fare da security (ehm..). Poi il Månefestival, festival della Luna, col quale collaboro ormai ininterrottamente da otto anni, e per il quale ho fatto di tutto, fino a giungere al mio ruolo attuale, quello di coordinatrice degli ospiti e degli stands che animano la città vecchia alla fine del mese di luglio.  

Ma di uno in particolare conservo dei ricordi speciali. Erano giorni di grandi cambiamenti, per me. Avevo frequentato un corso di formazione per organizzatori di eventi, ed ero pronta alla mia partecipazione al festival jazz che avrebbe animato le vie della mia città.  Il festival era TerniinJazz, e correva l'anno 2006 (una vita fa, eh?).

Mi sono ritrovata innumerevoli volte a parlare di quei giorni pieni di trambusto ed energie positive, come se ancora oggi fossero una fonte inesauribile di good karma. Ricordo le location, emozionanti, ricordo le voci degli artisti, il cuore che batte forte dietro ad una melodia. Ricordo i sorrisi, ed il calore degli abbracci di tutti quelli che erano nel gruppo di lavoro, anche se i nomi sono scivolati via.   Ricordo che mentre la mia vita privata andava in frantumi, io in qualche modo mi sentivo protetta, perché sapevo che il mio posto era proprio lì, da qualche parte vicino ad un palco. 


..e quest'anno faró infine ritorno al luogo in cui tutto ha avuto inizio.

Il festival, nel corso degli anni, ha seguito anch'esso un percorso un po' zigzagante, con cambi di nome e di location, ma sento che Collescipoli, dove si tenne il corso cui accennavo poco sopra, è davvero il luogo del ritorno alle origini.

(il sito del festival lo trovate cliccando qui JazzitFest)

#Eccomi_JazzitFest



..e davvero non vedo l'ora!

Il festival è a impronta zero, il che si riduce a seguire le regole seguenti:

1] zero contributi pubblici
2] sostenibilità ambientale
3] direzione artistica ‘open source’, a sorgente aperta
4] residenze artistiche
5] sharing economy, economia collaborativa
6] inclusione sociale
7] turismo culturale
8] volontariato attivo
9] azionariato diffuso
10] mobilità alternativa

Una visione al passo con un mondo che si muove (per fortuna) sempre più nella direzione della sharing economy, in cui un numero crescente di persone mette in una sorta di banca di condivisione le proprie abilità, ricevendo in cambio altre prestazioni o prodotti. Sarà interessante vedere come tutto alla fine andrà a posto, come tutti gli ingranaggi ruoteranno all'unisono per garantire la riuscita della macchina festivaliera. 

Ci vediamo a Collescipoli!




27 January 2015

La sfida.

Ultimamente le giornate passano in un turbine, ed io mi sento di andare diverse volte dal paradiso all'inferno, senza che nessuna delle posizioni assunte assomigli neanche vagamente ad una sorta di soluzione di continuità. Tutto questo nel corso delle sole 24 ore del giorno, e posso assicurare che è davvero estenuante.

*fatemi scendere*

©Anna Maria Gentili-Theodorsen


Quello che ricerco nella mia quotidianità sono delle piccole, banali abitudini che definiscano una cornice fissa, nella quale poter disegnare variazioni continue ed inaspettate. Una cornice sicura, a cui ritornare dopo ogni volo.

Ed è proprio questa la sfida che proprio non riesco a vincere.

Quando ero ancora una bamboccia una donna mi consgliò di ritagliarmi delle abitudini, ed io risi alle sue parole. Mi chiesi cosa ci fosse nel bisogno di continuità di alcune persone, nella ricerca di tranquillità. Ero una mina vagante, al tempo, non avevo pace e non davo pace a chi mi si avvicinava. Non che oggi io sia una persona con la quale sia facile aver a che fare.

Non che oggi dia pace a chi mi sta accanto. Le mie cornici le voglio definire io, senza che nessun altro possa metter bocca sulle mia decisioni. Diventano difficili le relazioni con gli amici, col mio ragazzo. Coi colleghi di lavoro.

Chiamatemi pure arrogante. Io purtroppo in questa mia urgenza di controllo posiziono la mia libertà, e sbagliare non fa poi così male, quando a fare la scelta sbagliata sono io. Chiedere scusa non mi pesa, a differenza di quanto si possa credere. Sono ben felice di riconoscere i miei sbagli, perchè il sentimento di migliorarsi grazie all'errore, di non ripetere lo stesso sbaglio fa davvero bene.

Le mie piccole psicosi sono alla base del mio malessere, che non si può definire come depressione, ansia, o nessun'altra di queste diagnosi, ma soltanto come: irrequietezza. Desiderio di riacquistare l'equilibrio che non ritrovo. Bisogno di ridefinire le mie cornici.


*da sola - solo io posso farlo*

Ho scritto un piano per la mia settimana. Ho iniziato ieri e sono già a buon punto. Mi sono tenuta bassa, che sono fuori allenamento nel seguire le scadenze. Ho fatto fuori tre dei diciotto punti. Devo fare un passo alla volta, devo staccarmi dal mondo autistico in cui sono precipitata. Per tanti altri il mio mondo potrebbe apparire più che pieno di impegni, interessi, e forse lo è.

Come Mio marito mi ripete spesso: la mia vita è sempre un susseguirsi di corse per riuscire a fare tutto, e anche di più. nessuno dei nostri amici si immerge in tante e diversificate attività. Contemporaneamente. E allora? Il problema è che tra tutta questa corsa a vedere/sperimentare/provare più cose possibili, ho perso di vista quello che per me è davvero importante, al punto tale da non saperlo più, cos'è davvero importante.

Se qualcuno domani me lo chiedesse, dovrei pensarci un po'. Per questo ho pensato di iniziare con le cose che ho rimandato a lungo. Troppo a lungo. Come se per partire stessi aspettando un segnale da qualcosa o qualcuno, certa che sarebbe giunto.

*sai una cosa? non giunge*

No, non giunge mai da sè, bisogna darselo da soli. Bisogna prendere sta pistola e sparare in aria. E poi iniziare a correre, nella direzione giusta, stavolta, invece di girare in tondo, inseguendo chimere e fantasmi.

Lasciali stare i fantasmi, che mettono solo tristezza, incastonati come sono nelle loro vecchie gabbie, mummificati nei loro vizi. I fantasmi appartengono al passato, a quell'epoca in cui erano vivi, e adesso te ne accorgi che non vivono più, ma sopravvivono, senza nemmeno rendersene conto. Credendo di continuare a vivere, mentre invece si crogiolano in un limbo oscuro e colmo di infinita amarezza.

*lasciali stare, i fantasmi*