2 September 2009

REPORTAGE: RYGGE AIR SHOW 22-23 AGOSTO 2009



Un weekend diverso all'aereoporto



Non si placano le polemiche sul Rygge Air Show di quest'anno. Organizzatori delusi dalla scarsa affluenza di pubblico, avventori arrabbiati per il programma scarno ed i prezzi alti. Il dibattito è tuttora aperto, nonostante tutto si sia concluso da un paio di settimane, e sbucano fuori commenti sulla poca informazione a riguardo, sulle foto banali e addirittura sul mancato rispetto, da parte di qualche sprovveduto, del divieto di fumare nell'area, che avrebbe potuto causare incidenti. Insomma, si prova ad individuare tutte le carenze di quello che invece a me è sembrato un raduno abbastanza riuscito.

Gli sponsors erano pochi, e quindi erano pochi anche i soldi, il che ha fatto sì che il prezzo d'ingresso lievitasse fino a 300 corone (circa 35 euro) e che il programma risultasse ridotto rispetto a quello di due anni fa, al quale avevano partecipato 70.000 persone. La cifra di quest'anno si è attestata intorno alle 20.000 presenze, segno della crisi, certamente, ma anche di errori nel marketing dell'evento, come lamentato da quanti sono venuti a conoscenza dello stesso troppo tardi per potersi organizzare. Molti, sedie sdraio al seguito, si sono sistemati sulle colline intorno all'aeroporto, e si sono goduti comunque lo spettacolo. Perchè di evoluzioni aeree e rombi di aerei supersonici non abbiamo mai abbastanza.

L'Air Show è un piccolo mondo a parte. Ne ho visti tanti in Italia, perchè venivano allestiti nella campagna seminata a grano davanti alle mie finestre, e io bambina, ci andavo a piedi, tenendo mio fratello piccolo per mano. I miei preferiti, allora come oggi, erano i paracadutisti e gli elicotteri dei Vigili del Fuoco. E le Frecce Tricolori, orgoglio di una nazione. Anche se non ferratissima in materia sono fin da piccola stata affascinata da questi grossi mostri di metallo, che sfidano la forza di gravità e coprono enormi distanze in breve tempo, che solcano i bui cieli delle notti d'estate con le loro lucine lampeggianti rosse e verdi, andano chissà dove, portando con sè chissà quali storie. Le storie della guerra, i duelli aerei ed i reportage televisivi prendono improvvisamente vita quando gli occhi si posano sulla prima coppia di ali della mostra.

Ospiti di un certo peso

Evento dell'anno era il centenario del Norsk Luftart og Luftsport, che riunisce tutti gli appassionati di volo sportivo, modellismo e paracadutismo in Norvegia. Il NLF era anche l'unico organizzatore, in stretta collaborazione con l'areonatica norvegese, che oltre ad aver messo a disposizione gli spazi dell'aeroporto militare ha anche prestato alcuni aerei per le esposizioni e le esibizioni. L'affascinante mostra fotografica allestita nel primo hangar non poteva restare inosservata, passando dalle foto degli aerei tedeschi allineati durante la seconda guerra mondiale nell'area dove oggi è l'areoporto, alle esibizioni dei Joker, pattuglia acrobatica norvegese fuori attività da qualche anno, e la documentazione delle evoluzioni dell'aeroporto di Rygge dall'inizio del secolo fino ai giorni nostri.
Alcuni aerei storici rendevano unico l'evento, come il canadese Catalina, in grado di ammarare come una barca nonostante le sue dimensioni, gli aerei da combattimento usati dalla Russia durante la seconda guerra mondiale e il piccolo svedese Tunnan, del quale ogni evoluzione potrebbe essere l'ultima, dato che si avvicina anche per lui l'età del pensionamento.

Tra le novità di quest'anno spiccava sicuramente il JSM, una cui riproduzione a grandezza naturale faceva bella mostra di sè accanto alle sue eccezionali armi di precisione. Attiravano l'attenzione degli ospiti anche i nuovi aerei supersonici in dotazione alle pattuglie inglesi, che sono in grado di portare in volo una dotazione di armi tre volte maggiore rispetto ad un Tornado, il che significa che ci aggiriamo intorno alle due tonnellate di paura. Il simpatico, e giovane, pilota inglese ci racconta dei loro allenamenti contro i Tornado italiani, e il verdetto non dà adito a interpretazioni: "we win!" afferma orgoglioso, e magari non si rende nemmeno conto che parla con indispettiti connazionali degli sconfitti.

Ho la fortuna di salire a bordo di uno dei nonni dell'air show, l'aereo barca Catilina, che vola dagli anni '30, anche se adesso non ce la fa ad eguagliare le prestazioni di allora, come racconta il comandante. Mi arrampico con fatica sulla scaletta, e mi rendo subito conto che è molto piccolo all'interno, andando a urtare diverse la testa diverse volte, mentre il pilota mi guardava divertito. Dall'oblò posto a terra poco prima della cabina di pilotaggio potevo vedere la ruota anteriore, ed era questa una sorta di assicurazione che la stessa fuoriuscisse in fase di atterraggio. Altri protagonisti dell'angolo dell'antiquariato sono i begli aerei russi della pattuglia Aerostars, variopinti Yak da combattimento e il piccolo svedese Tunnan, che come detto si esbisce nonostante l'età avanzata lasciando tutti col fiato sospeso, col pensiero che forse questa è l'ultima occasione di vederlo in volo.



Da ogni parte del mondo

I veri protagonisti dello show sono stati, manco a dirlo, gli americani. L'aeroporto militare di Rygge collabora strettamente con la Nato, e si vede. Il grosso Boeing 707 che tutti gli abitanti della regione riconoscono immediatamente, per via dell'enorme radar circolare che a qualcuno sembrava un disco volante, era in esposizione statica, e finalmente si è potuto curiosare al suo interno, passeggiare tra le postazioni telematiche e la piccola cucina, togliendosi almeno qualcuno dei dubbi che ci assillano quando il bestione solca i tranquilli cieli norvegesi. Poi c'era il DC-6A Red Bull, nelle cui cromature ci si può specchiare, che avrebbe dovuto essere operativo nella seconda guerra mondiale, ma che invece è stato da sempre utilizzato come aereo passeggeri e cargo, dato che fu pronto troppo solo dopo che la guerra era terminata. Altri protagonisti dello show sono stati gli svizzeri della Patrouille Suisse, pattuglia acrobatica che consta di sei f-5E tiger, bianchi e rossi, con la croce svizzera ben visibile al di sotto di ogni aereo.

La Norvegia giocava però in casa, e ci ha lasciati entrare nel bel Douglas DC-3, di base a Torp e con un calendario estivo fitto di impegni e voli in giro per l'Europa aperti a tutti i soci del suo fan club. Dopo aver promesso che non avrei toccato nulla mi sono arrampicata su per la scaletta ripida. Lo spazio all'interno dell'aereo era poco, e mi sono dovuta sedere aspettando che i visitatori davanti a me mi lasciassero passare, per dare un'occhiata alla cabina di pilotaggio. Angusta, ma non tanto quanto quella del Catilina, almeno qui non ho battuto la testa ad ogni spigolo.

I due unici rappresentanti dell'Italia che sono riuscita ad individuare sono stati l'uno il pilota del Tornado di cui parlavamo poc'anzi e l'altro un membro dell'equipaggio del Boeing 707 radar della Nato, fatto peraltro ovvio, dato che un aereo Nato deve avere a bordo obbligatoriamente un rappresentante da ogni stato membro.

Conclusioni

In questo weekend di fine estate molte famiglie hanno deciso di avvicinarsi all'elemento pù leggero che si trovi, l'aria appunto, e lo hanno fatto portandosi dietro i bambini. Bambini che eccitati dalla novità se ne sono andati in giro mimando i giganti che solcavano i cieli, arrampicandosi per le scalette per guardare dentro agli aerei da guerra, piangendo spaventati per il rumore delle esplosioni, rotolandosi sui prati o inseguando il trenino colorato. Bambini che curiosi hanno animato le giornate, bambini usati come pretesto per una giornata diversa da genitori ancora più curiosi di loro. Bambini che non si sono fermati davanti ai cartelloni della mostra fotografica, che non hanno sentito i brividi guardando gli aerei tedeschi allineati a Rygge nel 45. Eppure il motivo per cui possiamo organizzare un Air Show è proprio la guerra. La guerra così lontana, ma ancora a portata di mano, la guerra che vediamo riflessa negli occhi dei piloti, nel nero delle combustioni accanto ai mitragliatori. La guerra che riecheggia nello scricchiolio del radar del Boeing che all'improvviso inizia a ruotare sopra le nostre teste, nel rombo dell'F-16 che decolla, superando il suo stesso suono.

Il centenario del Luftsportforbund ci ricorda anche il volo può essere inteso come sport, modellismo, gioco, ma gli utilizzi che ne vengono fatti vanno molto al di là di tutto questo, e una riflessione d'obbligo va fatta. Avrebbe avuto senso un festival dell'aria senza il retroscena della guerra? Senza il terrore che ne ha accelerato lo sviluppo, senza l'urgenza di superare il proprio avversario? Ammiriamo la potenza dei motori, la precisione delle armi, spalanchiamo la bocca davanti alle linee affusolate ma non dimentichiamo mai di dare un'occhiata a quelle foto sbiadite che ci ricordano di come tutto ebbe inizio. Qualche foto delle guerre odierne avrebbe potuto completare il tour.

Perchè la guerra non è solo quella in bianco e nero che solo i più anziani ricordano, ma anche quella che si svolge ogni giorno di là dal mare, ed il terrore laggiù non finisce quando l'altoparlante saluta il BAF-16 che atterra dopo le sue evoluzioni, i bambini non smettono di piangere pochi istanti dopo l'ultima esplosione, quando la mamma torna dal chiosco dove ha comprato un gelato.

Anna Maria Gentili

25 August 2009

REPORTAGE: WACKEN 2009


WACKEN 2009


intro
Wacken è una città piccola piccola ad un centinaio di chilometri da Amburgo, immersa nel verde, con mucche pezzate che pascolano tranquille e grossi generatori dalle pale bianche che sfruttano il vento che soffia forte per dare energia elettrica pulita. Questo idilliaco paesello conta meno di 2000 abitanti e per pochi giorni ha visto 75000 persone transitare per le sue vie. Non si tratta di persone normali, ma metalheads che si riuniscono per quello che è il maggior festival metal d'Europa. Come potrebbe essere altrimenti? Wacken Open Air è ormai diventato un appuntamento irrinunciabile, un'occasione per ritrovare vecchi amici e fare nuove amicizie, col comune denominatore della musica. Da vent'anni.

Sì perchè nel 2009 ha festeggiato il suo ventesimo compleanno, e nonostante l'età si fa ancora rispettare. Una bella line up, un'organizzazione che non fa una piega e tanti eventi alternativi ai concerti fanno del festival un'esperienza a 360 gradi, anche se la musica è protagonista dalle prime ore del mattino alla tarda sera, quando il vicino di tenda non decide di improvvisarsi dj per l'intera nottata, come è capitato a me: il suo repertorio di musica folk crucca avrebbe fatto invidia ad un pub di Monaco in piena Oktoberfest, e le mie gelide notti insonni rimarrano per sempre scandite nel ricordo da quel terribile sottofondo musicale. Ma Wacken è anche questo, e ci piace anche per questo.








primo giorno

Arrivo a Bremen ad ora di pranzo, salto sul tram che mi porta alla stazione e poi sul treno per Hamburg, dove già si respira aria di festival. In tantissimi hanno iniziato il pellegrinaggio e mi basterebbe seguire il fiume nero per raggiungere la mia destinazione. Divido un biglietto del treno con gente conosciuta sull'aereo - la crisi è arrivata ovunque - e finalmente prendo posto nella navetta che ci porta dalla stazione al sito del concerto. Non c'è musica all'interno del bus, ma qualcuno ha pensato di portarsi dietro uno stereo, e già si fa headbanging. Una mezz'ora ancora ed ecco il cartello giallo. Siamo arrivati. Una lunghissima passeggiata fino al check in e finalmente siamo dentro l'enorme area parcheggio. In un sms le indicazioni per trovare la tenda (gentilmente offerta da Manux - you rock, my friend!!) ma nel mezzo della ricerca ci ferma un temporale. Arriva il buio, ancora la mia sacca verde militare sulle spalle e i concerti che iniziano a farsi sentire dagli stage mi convincono a provare ad entrare comunque. L'omone della security dà un'occhiata frettolosa al mio pass e mi lascia entrare, con sacca e tutto. I Lacuna Coil hanno già iniziato a suonare e mi faccio strada a fatica tra la folla. Molti i brani del nuovo album, una bella atmosfera tra il pubblico. Cristina che seduce con la sua voce - e non solo - il folto pubblico accorso allo show e i brani che scivolano via uno dopo l'altro, tutti tratti dagli ulimi tre lavori danno un'esibizione soddisfacente anche se forse qualche vecchia chicca avrebbe fatto felici i fans che come me ricordano con le lacrime agli occhi senzafine al wacken del 2001.
dopo l'omaggio, ormai classico ai Depeche Mode, e qualche altra song il concerto finisce, in perfetto orario. Tutto fila liscio, io trovo la mia tenda ed il primo giorno a Wacken è passato. Mi addormenterò purtroppo solo quando la luce del sole inizierà a riscaldare la mia tenda, e quindi a scongelarmi.





secondo giorno

Riesco a farmi una doccia ed a mangiare una donut al cioccolato prima delle 11:00, il che significa che sono davanti al palco in tempo per vedere tutta la performance dei Napalm Death. Nonostante siano svegli da poco sprigionano un'energia impressionante, e liberano in fretta dal torpore lo stordito pubblico, che si scatena anche in un pogo allucinante. Un'ottima performance. Mi sposto poi al palco accanto, dove in pochi minuti suoneranno gli UFO. Non li avevo mai visti dal vivo e sono perciò piacevolmente sorpresa. Con un Phil Mogg in gran forma gli inglesi ci regalano uno show strepistoso e coinvolgente, che attira a sè un gran pubblico, sicuramente meno scalmanato di quello dei Napalm ma ugualmente partecipe.

Giusto il tempo di bere una birra e fare un giro per gli innumerevoli stands e torno al Black Stage, dove i Walls of Jericho inizieranno tra poco a suonare. Una gran folla si sta già radunando e non riesco perciò a farmi avanti. Rimango ad ascoltare per un po' la scatenata Candace, seguendo lo show dagli schermi. La band merita sicuramente, data la energia esplosiva che riesce a sprigionare. Una cantante molto diversa dalla Cristina che ho visto ieri sera, Candace è piena di energia e cattiveria e tiene il palco alla pari di un cantante hardcore di sesso maschile. Mi sposto quindi al Party Stage per vedere i Tristania. Per chi non lo sapesse un'altra ragazza italiana presta la sua voce alla band e c'è da andarne orgogliosi, perchè la band offre uno spettacolo eccezionale, Mariangela inclusa. Alla chitarra una session girl, dato che Østen è rimasto in Norvegia per essere accanto alla moglie che sta dando alla luce due gemelli, ma il risultato per chi ama la band è ugualmente soddisfacente. Alla fine dello spettacolo salgo sulla torretta Jagermeister, dalla quale posso vedere entrambi gli show di Airbourne e Dragonforce, anche se i volumi provenienti dai due stages si sovrappongono. Sono tuttavia molto più interessata allo show degli Airbourne, molto energici e dai suoni aggressivi, che si impongono sicuramente sia come presenza scenica che come atmosfere. Anche il pubblico sembra preferirli. La inimitabile performance di Joel O’Keefe che si arrampica senza protezioni, nè preavviso, sul telaio del palco, fino ad arrivare al punto più alto possibile, e da lì continuare a suonare come se nulla fosse, per poi pendere sopra a decine di metri di vuoto, rimarrà sicuramente negli annali del festival, e mi dà una scossa di adrenalina.
Mi affretto quindi al tendone del Wet Stage per vedere i promettenti Bring me The Horizon dell'eclettico e poliedrico Oliver Sykes, che ha anche lanciato una linea di abbigliamento alternativa - che la mia amica Lone indossava orgogliosa ;) You rock, girl! -. Non rimango delusa, la band picchia gli strumenti e Oliver emana fiamme dalla laringe, mentre un pubblico assatanato sfinisce gli addetti alla sicurezza.
Raggiungo quindi il mio amico Tarald e ci guardiamo insieme l'ultima parte dello show dei Coheed and Cambria prima di avventurarmi verso i Motorhead, impresa peraltro impossibile dato che gran parte dei 75000 presenti ha deciso di rendere omaggio a Lemmy e compari. Riesco tuttavia a scattare qualche foto, Lemmy ha il suo inseparabile cappello da cowboy in testa, i suoi bei baffoni scuri e la sua voce gracchiante da alcolizzato. La band è strepitosa, il pubblico impazzisce e tutte le canzoni vengono urlate a squarciagola, con il batterista che si esibisce in un assolo lunghissimo ed incredibile. Mentre il concerto finisce scivolo nel backstage, ceno con patate fritte e birra e dò un'occhiata alle prelistening in programma il giorno seguente, valutando se seguirle o no. Torno al tendone solo per vedere i Sarke di Nocturno Culto, che mi sembra un po' ingrassato dall'ultima volta che lo avevo visto, all'Inferno festival dello scorso aprile. Forse è la stanchezza. Il tendone del Wet Stage è strapieno e guardo il concerto dal fondo. Inconfondibili le armonie di classica influenza black tanto care ai norvegesi, inconfondibile il cantato aspro e gelido di Nocturno Culto. All'improvviso, come promesso, Tom Gabriel Fisher (ex Celtic Frost) sale sul palco insieme alla band, e l'atmosfera si fa ancora più nera. Nel frattempo sono quasi le due di notte e sfinita raggiungo la mia tenda. Il dj della tenda accanto ha già iniziato a suonare. Cosa sarebbe una vita senza certezze? Un'altra nottata in bianco mi attende.







terzo giorno

Addormentatami al sorgere del sole riesco ad uscire dalla tenda solo dopo mezzogiorno, e mi vado a mettere in coda alla doccia. La pioggia dei giorni precedenti ha reso fanghiglia tutta l'area, e per tutta la giornata precedente si è cercato di evitare le pozzanghere profonde dieci centimetri e le zone di melma molle che incollandosi alle New Rock le rende ancora più pesanti, facendo aumentare la difficoltà di deambulazione - come se ce ne fosse stato bisogno.. -.
Il primo concerto della giornata sarà quello dei Cathedral. Oscuri come non me li ricordavo riescono ad incupire un inizio di giornata che in realtà si preannunciava contraddistinto dal buon umore. Inoltre i Kampfar annullano lo show per dei non meglio specificati problemi familiari, e quasi mi innervosisco. Per fortuna il prossimo concerto sarà quello dei Testament. Uno spettacolo grandioso, una grinta d'altri tempi ed un'ottima occasione per far guadagnare il pane ai muscolosi tipi della security. Il loro trash coinvolge e trascina il pubblico, ed io sono piacevolmente sorpresa dalla prestazione della band. Mi fermo a dare un'occhiata agli Heaven Shall Burn, e sono quasi travolta da un disumano ed indiavolato circle pit attorno alla torretta del mixer, preannunciato dalla fuga terrorizzata di quanti non avevano alcuna intenzione di mettersi a correre in circolo. Mi sposto al Party Stage giusto un paio di minuti prima che i Borknagar salgano sul palco, e riesco tuttavia a guadagnarmi un posticino in prima fila. Il bassista fa paura e la band si esibisce in un'ottima performance di brani sia classici che tratti dal loro nuovo cd, la cui uscita è in realtà stata rimandata all'autunno, ma che io avevo già ascoltato in versione strumentale in occasione della pre-listening dell'Inferno, ad aprile. Dal vivo suonano molto meglio, e la grinta della band è sicuramente un punto a loro favore, soprattutto il piccolo e incazzatissimo svedese. Faccio poi una capatina al tendone del Wet Stage per vedere i messicani Split Heaven. Giovanissimi, un cantante dalla voce esagerata, che se sembra un narcotrafficante in vacanza, una brutta copia di Kirk Hammett e un ragazzino brufoloso alle chitarre insieme al bassista e al batterista sono la rivelazione dell'anno, almeno per quanto riguarda me.
A questo punto giunge l'ora di dare un'occhiata ai diversivi, gli stand vichinghi, dove degli esaltati gareggiano a buttarsi nel fango seduti a cavalcioni di un tronco e delle ragazze in abiti tipici invitano alla degustazione di distillati locali. Ceno con l'immancabile crepe con la nutella per accompagnare una birra e vado a sedermi al Beere Garden, tra ubriachi precipitati al suolo con la faccia nel loro stesso vomito e le signorine Promille che se ne vanno in giro misurando tassi alcolici e distribuendo certificati di ubriachezza ai soddisfatti avventori, mentre il veterano Mambo Kurt ci intrattiene con i suoi spregiudicati remix (era ironico, eh...). A questo punto gran parte dei 75000 presenti si sta radunando per seguire i prossimi concerti, il sole sta tramontando e io sono finita. Mi sforzo ad andare a vedere i Korpiklaani, ma non riesco nemmeno a percorrere metà della enorme area concerti, affollata all'inverosimile. Perciò mi fermo sul basso scalino di uno stand e guardo da lontanto lo sfavillio delle luci del palco, cullata dalle atmosfere folk della band. Quando il mio stanco cellulare segna le una e mezza mi avvio alla tenda, orfana della mia amica norvegese, ingoiata dall'oblio un paio d'ore prima. La trovo, per fortuna, rannicchiata sotto il sacco a pelo, rimpicciolita dal freddo della notte e della sbornia. Mi approprio del mio 50% di sacco a pelo e mi addormento. I tedeschi non stanno giocando a fare i dj. Che siano finalmente morti?





Il ritorno

Tornare a casa dal Wacken fa sempre schifo.
I tipi che fino a qualche ora fa stavano correndo intorno alla torretta del mixer aspettano il treno strangolati dall'hangover. Qualcuno è talmente arrabbiato che prende a calci tende e sedie a sdraio, oppure appicca fuoco alla sua propria auto, come i musicisti che spaccano i propri strumenti. Io invece perdo l'aereo. Uff. L'aereoporto di Bremen è piccolo e pulcioso, la città pullula di bancarelle di souvenir e dopo aver incontrato l'ennesima riproduzione dei famigerati musicanti locali (cane, gatto, gallo e somaro) decido che il giro turistico può bastare e me ne torno ad aspettare l'aereo del giorno dopo. Quando il boeing 737 atterra a Oslo sento una voce gridare "Wacken!", e mentre tutti gli altri pensano ad un attentato kamikaze io esplodo a ridere, perchè io so che quella parola può solo significare che l'anno prossimo ci torniamo. Rain or shine.

PEOPLE OF WACKEN



21 July 2009



Norske Versjonen (Værsåsnill, ambefal)

Fino a tre anni fa non avevo idea di chi fosse Jahn Teigen. Non avevo mai sentito parlare dei suoi viaggi, delle sue vittorie nè delle sue sconfitte. Non conoscevo il suo genio a volte incompreso, la sua malinconia celata dietro una maschera da giullare.
Non avevo idea del fatto che fosse fuggito al sud, per dimenticare forse, per ritrovare l'equilibrio e la sintonia con sè stesso. Non potevo sapere che fosse venuto da me.
Sì, perchè io sono italiana, e sono fuggita al nord invece. Tre anni fa. Ed ho imparato le mie prime parole grazie a lui, kjærlighet, vakreste, perchè cantando si apprende in fretta.

Da amante del prog dei 70' mi sono appassionata ai Popol Vuh, ed ho stampato negli occhi quel festival di Oslo in cui lui, vestito di bianco con degli enormi baffi biondi, salta e grida sgraziato mentre un pubblico stordito gli costruisce intorno un'ondeggiante cornice. Incastrato tra Jim Morrison e Janis Joplin, non credevo che lo avrei mai visto davvero. Poi VG mi ha regalato il biglietto.

Tønsberg è sempre stata una città di passaggio per me, quel luogo insipido dove cambio autobus venendo da Horten per andare all'aeroporto. Per questo la sua vitalità mi ha sorpesa, il suo lungomare pullulante di locali, le sue barche in controluce davanti al tramonto. Non mi ero mai fermata a guardarla, e per questo non la avevo neanche mai vista. Tønsberg è la città di Jahn Teigen.

Ed è proprio davanti alla piazza che porta orgogliosa il suo nome che si svolge il concerto. Nella Oseberg Kulturhus, un grosso teatro dal colore verde del rame ossidato, la cui effige richiama la sagoma della nave vichinga di Oseberg, appunto, ritrovata a pochi chilometri dal centro della città. Lo spettacolo viene introdotto da poche parole. Non si tratta di una prima vera e propria, ma una sorta di prova generale. Penso che è meglio.

Dal buio si innalza all'improvviso la sua voce, che sussurra cantando poche parole note a tutti. Poi lui scivola fuori dalle tende scure, inizia a parlare dei suoi primi anni nella sua città, un paio di foto vengono proiettate su uno schermo bianco che assomiglia ad una vela. In pochi minuti ci racconta come è iniziato tutto, le parole di sua madre che lo spinsero a lasciare una città che non faceva per lui, il suo pellegrinaggio a Londra, Gerusalemme, le sue prime esperienze musicali, mentre le immagini strappano applausi e risate ad un pubblico in adorazione. Molti vanno al ginnasio, sottolinea, io ho viaggiato, invece. Questa è stata la sua educazione.



Quando racconta del suo ritorno in patria e attacca la prima strofa di Queen of all queens mi sembra per un attimo di rivedere quel lampo nei suoi occhi, imprigionato però adesso in un corpo stanco e dolorante. La schiena ricurva, le membra ossute e le mani deformate lo fanno assomigliare ad una allegoria di se stesso, come se quell'hunchback di Dylan Thomas gli fosse entrato dentro, trasfigurandosi in lui. Ciò non toglie che la sua energia esplode da ogni suo movimento, anche se affannato, e la sua voce limpida squarcia il silenzio e sovrasta possente tutto il resto.

Lo sfondo blu davanti al quale le due coriste spiccano nei loro abiti rosso acceso dona alla prima parte dell'esibizione un'atmosfera malinconica, mentre lui intona alcune delle sue canzoni più amate, seguito da un pubblico profondamente coinvolto. E questo gli riesce a meraviglia, guidare il pubblico come un direttore di orchestra, strappare contemporaneamente risate e lacrime.

Quando le vele della scenografia si tingono di rosa lui semplicemente sparisce, lasciando l'intera scena ad Anita Skorgan, che forse non si sente all'altezza del compito assegnatole. Entra timidamente e si siede al piano, esordiendo con un brano suonato appena sfiorando i tasti. Sembra quasi chiedere scusa per la sua presenza, ma si guadagna presto il suo ruolo sul palco. Ha addosso un bel vestito nero e delle scarpe dagli altissimi tacchi a spillo, che però sostituirà presto con delle scarpe meno impegnative ed un vestito azzurro che fa risaltare la sua pelle abbronzata.

Lei va a cambiarsi e lui torna in scena, un ridicolo elmo in testa, intonando så fint å være idiot che sembra essere più un suggerimento per sfuggire ai ricordi dolorosi che una semplice scenetta comica, come se lui volesse distaccarsi da lei, quello che lei ha significato e quello che ancora significa. Lei si riavvicina, dedicandogli ordinary people, lui torna ad allontanarsi, raccontando di quando da piccolo andò col padre a vedere Robertino, e poi del suo esilio volontario, accompagnato dal suo primo amore, che continua ancora oggi. La musica. Come un voler prendere le distanze, un voler giocare con questa relazione agrodolce che ancora oggi ammette essere la più importante della sua vita. Anita è la sua migliore amica, ripete in ogni intervista, come a volerselo ricordare lui stesso, e la musica è il suo amore. La sua performance in italiano fa tenerezza, anche se sono probabilmente l'unica del pubblico a rendersene conto.

Lo spettacolo va avanti ripercorrendo gli anni della sua carriera, con i suoi alti e bassi. Fino a quando introduce la sua ex moglie ed iniziano finalmente a cantare insieme. Doremi, friendly, tutte d'un fiato, lei che lo sovrasta di molti cm, lui che la sovrasta di molti decibel. I soli nove anni di differenza sembrano un milione, quando danzano insieme, un arzillo vecchietto accanto alla figlia teenager.

Splendido il medley finale, con min fòrste kjarlighet, optimist e adjò, col quale si chiude il concerto. Ottima la band che accompagna il duo, sobrie ma romantiche le suddette scenografie a forma di vela, che richiamano insieme le navi vichinghe e la città di mare, Tònsberg appunto.

Lui è Jahn Teigen fra Tònsberg, come Leonardo da Vinci, e nello spettacolo fonde tanti amori, quello per la sua città, per Anita, per la musica e per il suo affezionato pubblico, che si stringe in un abbraccio emozionato quando adjò sfuma nel silenzio. Nonostante il suo corpo sia provato, Teigen offre un grande e coinvolgente show, molto più di quello che mi aspettavo, e trono a casa un po' più ricca dentro. Anche un po' più triste, magari, ma consapevole che quella malinconia che mi ha trasmesso si può rinchiudere in una canzone. Adjò.

Anna Maria Gentili

25 May 2009

WACKEN - Radiografia di un festival





È molto facile parlare di un festival metal: basta immaginarsi un sacco di gente che si spintona, autocisterne di birra, bicchieri vuoti dappertutto e tonnellate di decibel a mitragliare i tipani. Grandi spazi, enormi stage dove i musicisti hanno addirittura lo spazio per correre e saltare. Headbanging e stagediving dalla mattina alla notte inoltrata. Se la descrizione funziona per la maggior parte delle manifestazioni alle quali abbiamo preso parte nell'arco dei nostri anni da bravi e fedeli metalheads, lasciamola da parte, avvicinandoci alla cittadina di Wacken. Quello che ci aspetta è molto di più. Non che manchino gli elementi sovracitati, tutt'altro. Ciò che differisce è l'atmosfera, l'aria che si respira fin dalla stazione ferroviaria, fin dal piccolo aereoporto di Lubeck.

Manovre di avvicinamento.

Fuori dall'aereoporto si prende di solito un taxi fino alla stazione ferroviaria, e trovare altri viaggiatori con cui dividere il costo della corsa è normale amministrazione. Anche i tassisti lo sanno. Poi il treno, poi la navetta. La navetta è un momento topico nel contesto di avvicinamento. Si sta stipati in un bus che probabilmente, nei periodi di consueta fruizione, funge da bus di linea o scuolabus, con la differenza che tutti sono vestiti di nero, qualcuno canta, qualcuno strilla, qualcuno beve. L'anarchia fatta bus. Il sito del festival è enorme. Tende e automobili parcheggiate a perdita d'occhio, musica sparata a tutto volume da impianti stereo a batterie, qualcuno che griglia dei wurstel, qualcun'altro che si è portato il drumset e l'amplificazione per la chitarra (e la chitarra) ed improvvisa una jam session in mezzo al fango. Un'automobile per trasporti mortuari adibita a camera d'albergo, un fantomatico casting per film porno (girls only), abeti impiccati per i rami, provenienti dall'adiacente vivaio, come punto di riferimento. Troviamo un buco per la nostra tenda, un posto che sembra facilmente individuabile anche tra le nebbie della notte e dell'alcool. La montiamo, buttiamo lo zaino dentro, e via: giro di ricognizione.

Ammalianti venditori di beni di consumo.

Ricordatevi di martellare il fidato porcellino salvadanaio. Di soldi al Wacken se ne spendono sempre un sacco. La prima tappa obbligata è ai numerosissimi stands che vendono cd, vinili, demotapes. A volte, fortunelli, si possono rinvenire albums cercati per anni e che solo per caso proprio quel giorno sono stati esposti sul banchetto. Passare cinque minuti più tardi può significare non avere mai più l'occasione di impadronirsene, perciò il tour dei mercanti in fiera si fa sempre al primo giorno, appena sistemata la tenda, in modo da avere un posto sicuro dove riporre il nostro eventuale tesoro. Di cibo ce n'è per tutti i gusti, ma da evitare resta secondo me la pizza con prosciutto cotto e ananas, a meno che non siate amanti della trasgressione. Altrimenti si fanno due passi fino al supermercato, che in cinque giorni guadagna il necessario per il resto dell'anno.

Non stai dimenticando qualcosa?

La musica! I gruppi che suonano al Wacken sono ovviamente il motivo principale per cui il festival continua ad attirare enormi quantitativi di spettatori, con sold out già dal mese di dicembre (ben otto mesi prima). Scorrere la lunga lista è sempre un piacere, e riuscire ad organizzarsi per saltare da un palco all'altro una specie di gioco d'azzardo. I palchi sono comunque posizionati in una sorta di enorme arena naturale in modo da rendere la visione possibile anche a chi si ricordi del concerto delle 18:00 quando partono i primi riff di chitarra. Concerti dalle dieci di mattina alle due di notte, karaoke metal, per chi ha alzato un pò troppo il gomito, band esordienti e anche la piscina, per meglio ammirare le tette della rossa tedesca vicina di tenda. Perchè si sa che anche il pane appena sfornato è ancora più buono con una fetta di mortadella.



24 May 2009

INFERNO FESTIVAL 2009 - OSLO



Il weekend di Pasqua è diventato da quasi dieci anni sinonimo di festival metal, almeno per coloro che per un verso o per l'altro si interessano di ciò che accade nel nord dell'Europa. Proprio in quei giorni, infatti, ha luogo l'Inferno festival, in una Oslo ancora non del tutto svegliatasi dal torpore invernale. Anche se le giornate si stanno già allungando, il vento gelido ci ricorda che ci troviamo alle alte latitudini, e che la primavera tarderà ancora un po'. La neve non si è neanche sciolta del tutto, intorno ad Oslo, ed il fatto che quasi tutti i negozi rimangano chiusi per le festività pasquali (e che i norvegesi si rintanino in casa) rende la città deserta ed ancora più fredda. Questo cambia però avvicinandosi al sito del festival.

Le zone limitrofe al Rockfeller, venue principale dell'evento, si popolano di gente vestita di nero fin dal mercoledì, quando i sette locali che supportano il festival offrono concerti di bands più o meno note al grande pubblico. 17 bands calcano le scene, distribuite in quella sola sera, la gran parte delle quali ha all'attivo qualche demotapes o nella migliore delle ipotesi un debut album, selezionate nell'arco dei mesi precedenti. Qualche nome tuttavia risulta riscuotere l'attenzione del pubblico, come i Kampfar (che suoneranno di nuovo l'indomani) o i Sarke (al loro primo live show, noti soprattutto per la collaborazione con Nocturno Culto), i Sahg o gli Earth. Un inizio tuttavia in sordina per quello che in realtà si rivelerà essere un festival molto sottotono.

Giovedì, anche se tutto ha avuto inizio la sera prima, è il primo vero e proprio giorno di festival, ma la line up non è delle più emozionanti. Per i fortunati che riescono ad accedere al museo delle navi vichinghe, un'esibizione emozionante dei Wardruna, band folk di Gaahl che sorprende e piace anche agli ignari turisti comuni, che si trovano involontariamente testimoni di un evento inedito. La cornice del museo, costruito attorno alle navi per dare loro maggior risalto, mette in evidenza le sonorità tradizionali della band, che grazie a strumenti tipici ed un cantato che vagamente richiama quello delle tribù sami (o lapponi, come si suol chiamarle in Italia) immergono chi ascolta in un'atmosfera quasi irreale. Secondo evento della giornata sarà la proiezione alla Cinemateket di un concerto inedito dei Darkthrone, registrato per Bootleg, un programma della televisione norvegese di una ventina di anni fa. I giovanissimi Fenriz, Nocturno Culto e compari si esibiscono in un locale quasi vuoto, senza facepainting né contratto discografico, ubriachi e impacciati, ma sarà proprio grazie a quel concerto, come confida nocturno Culto in un'intervista, che la band ottenne il contratto dalla Peaceville.

Ci affrettiamo quindi a raggiungere il Rockfeller, passeggiando per la centralissima e quasi deserta Karl Johans Gaten dai negozi chiusi. Solo un negozio farà apertura continuata durante il festival, ed è il Sound of Noise, con l'anteprima del dvd nuovo di zecca degli Emperor e una scelta tra vinili e cd metal da far invidia ai cataloghi online. Al Rockfeller non c'è fila, e questo già dà l'idea della dimensione del festival. Non dobbiamo però dimenticare che tra tutti i festival metal europei, questo è l'unico che non si svolge all'aperto, e la rodata organizzazione fa sì che le centinaia di fans che raggiugono l'estremo nord non debbano avere nulla di cui preoccuparsi. All'interno della struttura troviamo cibo, bevande (carissime!!), tatuatori, parrucchieri (estremi) e qualche stand di accessori borchiati, magliette e cd. Tuttavia non c'è affatto calca.

Il fatto che i Meshuggah siano costretti ad annullare lo show, per via dell'ernia del disco del batterista Thomas Haake, diminuisce di molto il livello della serata, nonostante i The Batallion si facciano rispettare. La band, che nella scena di Oslo funge da giullare, comparendo all'improvviso nei momenti di crisi a riempire serate rimaste improvvisamente orfane di una band, non è nuova al festival, avendo già suonato all'Inferno nel 2008. Anche i rumeni Negura Bunget avevano calcato le scene del Rockfeller l'anno scorso, e non deludono le aspettative, coi loro strumenti insoliti e i loro tempi tirati. I Kampfar hanno un nutrito pubblico, nonostante abbiano suonato anche la sera precedente, e le loro songs dalle vaghe atmosfere folk apprezzate dai più. A seguire Spetic Flesh e Pestilence, che divenuti, seppur a ragione, gli headliners della serata, lasciano comunque l'amaro in bocca.

Terzo giorno di festival, terza lista quasi imbarazzante di bands. I Vreid, anch'essi reduci dalla performance del 2008, si esibiscono con violenza subito dopo i Dew-Scented, dando un po' di energia ad un festival che batteva la fiacca. Ottima la performance dei norvegesi Pantheon I, che amalgamando velocità e melodia, grazie alla violoncellista, riescono a rappresentare una proposta alternativa, almeno nelle intenzioni, seppur ancora profondamente contaminata dal black metal. I Keep Of Kalessin sono un'altra band molto cara al pubblico norvegese, e anche loro hanno già rodato il palco dell'Inferno. I molti soldi spesi per lo spettacolo pirotecnico, che a dir la verità è stato un elemento comune alla grande maggioranza delle band esibitesi sul palco principale, hanno di sicuro ripagato in termini di spettacolarità (che la crisi abbia ridotto il prezzo dei combustibili è fatto risaputo anche al di fuori del black metal, ma a mio parere il pubblico norvegese gradisce particolarmente fuoco ed esplosioni anche perché da quest'anno i fuochi d'artificio sono stati vietati, e si soffriva sicuramente di astinenza da petardi). Ultima terribile esibizione della serata i Paradise Lost, che completamente orfani della loro verve annoiano i pochi che eroicamente avevano aspettato fino alle 1:00. Tra un concerto e l'altro trovo il tempo di fare un salto al piccolo stage posizionato tra gli stand, dove tra una signing session e la seguente (tra cui Skitliv, Keep of Kalessin e Carpathian Forest) si tiene lo spettacolino allucinante delle Mad Circus Puppets, un gruppo di ragazze vestite con abiti rigorosamente realizzati a mano che ha messo su uno show apposta per l'Inferno festival, e riceve gli apprezzamenti del pubblico stipato nel poco spazio disponibile. Perché quest'anno lo spazio dell'Inferno è poco, gli stands che avrebbero dovuto riempire il teatro adiacente si contano sulla punta delle dita, e le ragazze/marionette soffrono del claustrofobico stage messo a loro disposizione.

Sabato promette bene. Nel primo pomeriggio mi reco, insieme ad altri addetti stampa, nella sede della Indie Recordings HQ, per ascoltare un po' del nuovo cd dei Borknagar, seppur non ancora terminato. I quattro brani, orfani della voce, ci danno subito un'idea delle pesanti influenze power/progressive del lavoro e della alta qualità delle registrazioni, necessaria per rendere al meglio la complessità dei pezzi. Rimaniamo a fare qualche domanda, si parla del nuovo - bravissimo - batterista e della nuova etichetta, la norvegese Indie appunto, che li lascia liberi di gestire il proprio lavoro come meglio credono. Ci spostiamo di nuovo al centro di Oslo, quest'oggi brulicante di persone e turisti, per ascoltare i nuovi lavori di e 1349. Il cd dei è molto orecchiabile ma a tratti esplode in cavalcate black inaspettate e piacevoli, mentre il cd dei 1349 sembra non riuscire ad ingranare la marcia, risultando, forse volutamente, angosciante.

Raggiungo il Rockfeller in un paio di minuti, giusto in tempo per vedere lo show dei Koldbrann, bravissimi, con un paio di guest singer e spettacoli sputafuoco e pirotecnici da far invidia ai grandi nomi del black. La band norvegese dimostra di avere tutte le carte in regola per essere presto inserita nella lista dei "must have" unitamente ad una buona esperienza live, consolidata dai molti concerti live. La cover di Russian Vodka dei russi Korrozia Metallia, brano con il quale i Koldbrann usciranno a breve, realizzando un 7", chiude la loro ottima esibizione.

Peccato per la death metal band che si esibisce subito dopo, gli Execration, che contrasta in maniera eccessiva e non riesce a conquistare lo scarso pubblico sceso nei locali del John Dee. I vichinghi Helheim invece mettono su un bello spettacolo. Il nome significa letteralmente "la casa di Hel", la divina sorella di Fenris forse sconosciuta ai più ma non ai norvegesi, in quanto condannata a dare il benvenuto a tutti gli esseri umani morti per vecchiaia o malattia. Vestiti come i loro antenati vichinghi associano la musica ai video che vengono proiettati alle loro spalle, con un ottimo, inebriante risultato. I Black Comedy, reduci dal concerto del mercoledì, non sorprendono, ma invece accrescono l'attesa per i Troll, alla loro prima esibizione live.

La band di Nagash, attiva dal 92, si presenta preparata all'evento, anche se un po' immatura, e non manca di deliziare il pubblico, specialmente quello autoctono, che ha atteso per anni questo evento. L'atmosfera creata è molto aggressiva, forse anche troppo, per quelle che sono le peculiarità della band in studio, con la tastiera che a tratti sembra sparire del tutto, nonostante Exilis continui ad agitarsi dietro ai tasti. Nemmeno la suggestiva Når natten endelig er her (Quando la notte è finalmente qua) viene resa alla stessa maniera, ma forse ce lo aspettavamo, dati i gusti sanguinari del pubblico norvegese.

Per quanto mi riguarda la sorpresa dell'anno è il trio svedese Grand Magus, attivi in realtà dal 1996, quattro album realizzati ed un heavy metal classico, pulito ed impeccabile. Un ottimo show, un pubblico entusiasta che sostiene la band alla quale però è riservato il piccolo palco del John Dee.

Subito dopo arrivano i Samael, con un intro coinvolgente e potente, che ci regalano un concerto scatenato che non manca di elettrizzare il pubblico del Rockfeller. Sicuramente uno dei punti più alti dell'intero festival, con continui cambi di posizione di chitarrista e bassista (il quale per qualche secondo non si accorge subito di aver calpestato e disconnesso il jack dello strumento e di suonare perciò a vuoto) e una ragionata scelta dei brani. Un'energia incredibile che dimostra come un'esperienza consolidata non serva solo a dare per scontato il coinvolgimento del pubblico, ma a garantire anno dopo anno uno show impeccabile e distruttivo.

I rinnovati chiudono la serata al John Dee, con qualche estratto del cd che abbiamo ascoltato nel pomeriggio, ma l'attrazione della serata sono i Carpathian Forest, altra band cara ai fan norvegesi, ed al pubblico dell'inferno Festival, dove si sono esibiti già nel 2002 e nel 2006. lo spettacolo inizia in ritardo, ma si fa presto perdonare. Donne svestite con maschere antigas che inizieranno a mimare atti sessuali tutt'altro che impliciti, bandiere norvegesi e un grosso manifesto recitante "fuck you all" fanno da scenografia, mentre la band si esibisce nel migliore e più rodato dei modi, nonostante un Nattefrost evidentemente provato dall'alcool.

L'edizione del 2009 sarà presto messa in archivio, ma resta da chiedersi se davvero il motivo dietro al relativamente basso livello del festival sia davvero la crisi. Molti gli eventi in programma intorno al festival, la conferenza aperta a giornalisti e band emergenti sul marketing nel mondo del metal, il Sightseeing tour ai "luoghi del black metal", come il negozio di Euronymous o la cappella dell'Holmenkollen, rasa al suolo dal fuoco appiccato dal giovane Vikernes, i Wardruna al museo delle navi e le proiezioni a tema alla Cinemateket. Un festival che strizza l'occhio a diversi generi di arte, ma che sembra perdere di vista l'obiettivo principale, cioè la musica. A mio parere un giorno di meno avrebbe giovato al festival, concentrando le band più interessanti in soli tre giorni di festival, ed offrendo le band minori come "after-show" invece di piazzarle a fare da aperitivo. Interessanti le anteprime di Borknagar, e 1349, un'idea sicuramente da ripetere negli anni a venire. Speriamo, in futuro, di vedere l'attenzione di nuovo focalizzata sulla musica piuttosto che sui vari corollari, anche se a mio parere tutti interessanti e di buon livello.
In bocca al lupo.